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Miracolo!
San Gennaro ha fatto il miracolo!

Dopo il Miracolo di Maggio
Duomo di San Gennaro, Altare Maggiore



Napoli tutta ha un rapporto molto intimo con la propria spiritualità, un rapporto confidenziale, carnale e come tutte le passioni brucia fino a gesti di rabbia disperata.
Il 19 Settembre è alla base delle radici della tradizione spirituale Napoletana, il punto d’ incontro di: religione, alchimia, spirito e leggenda; da un lato la messa solenne, dall’altro le Parenti del Santo che salmodiano affinchè il santo faccia il miracolo, in alcuni casi attraverso litanie che sfociano in invocazioni violente
“Faccia gialla, facce ‘a ‘ràzzia”…

Ed è solo la punta dell’ Iceberg.

Tutti i santi sono Indios

Se si tracciasse una spirale centrata su Napoli ci si imbatterebbe in una costellazione infinita di tradizioni a cui il Cristianesimo ha fatto un “Rebranding” da almeno 800 anni.
Mai sentito parlare di Janare? E delle Sette Madonne? O del Cippo di Sant’ Antonio?
Ebbene, ognuna di queste tradizioni è originata da una usanza molto più antica di quella religiosa a cui siamo abituati tutt’ ora, pervenutaci da contesti rurali, agricoli precristiani tramandati per lo più oralmente… Ma anche attraverso immagini.
Pitture rinascimentali, barocche e ottocentesche hanno spesso immortalato sugli sfondi, o direttamente come soggetto alcuni momenti tipici di queste usanze: processioni, migrazioni, feste e tammurriate.
Poi è arrivata la fotografia ed è accaduta una cosa meravigliosa:

Miyazaki a Pagani
Madonna delle Galline, Pagani, Tammurriata


“Tutte queste scene, queste radici si sono guardate negli occhi, toccandosi l’ un l’ altra e trovandosi sostanzialmente uguali. Una parentela, quindi, che ha in comune lo stesso gene: la Terra


Il rurale, lo spirituale, il tradizionale è diventato, quindi, un linguaggio universale per spiegare l’ essenza di una comunità e il dolore che essa prova ogniqualvolta essa viene calpestata o estromessa dalla “globalizzazione”.

Il ruolo della Fotografia

Ho avuto la fortuna di incontrare, restando in tema, una reporter Ceca, Denisa Sterbova che ha lavorato su tutto questo in maniera straordinaria…
È stato un incontro molto breve, ma estremamente ispirante e non ho saputo resistere dal farle alcune domande. Una intervista, in pratica, su quello che ho trovato assai vicino al mio sentire di fotografo e a quello che penso che debba essere il ruolo della Fotografia

[L’ INTERVISTA È IN INGLESE]

Q: First of all, Introduce yourself.
A: Hello, I am a born Czech but Feel to be a world curious citizen. I was always driven since very early age to get to know other cultures and try to understand their differences point of view. My former education is in Economics but I have actually never worked in the field, rather playing with different fields so I could travel and explore.


Q: Talkin’ about Photography, when you started taking photos, what subjects fascinated you the most?
A:People. Emotions. Cultures. Rituals.
I am totally fascinated by diversity of human cultures and all what is still preserved in 2020.
The process of globalisation has killed many traditions: I feel it is our obligation to recognise the beauty of the different traditions. Because when you truly accept something totally different from your culture, it makes you better human. It is about compassion, humanity and the sense of unity via diversity.

Q: Have you studied Photography? Or, maybe you learned how to manage a camera by yourself?
A:I have learned by myself.
As I mentioned above I graduated from Business School and my former education has nothing to do with my creative need. I used to have Canon 5D mark 2 which was such an excellent camera to learn with. I only get inspired when something moves me and I want to capture it for other people. Photography is my way of communication with the rest of the world. Some people write, sing or play instruments, I take photos.

Q: I’ve seen (and I must say I’m really impressed) some of your documentaries from all around the world, would you like talking about one or some o them?
A: I can probably talk about my trip the the very heart of the Amazon rainforest in 2019. I went to capture the stories of people who were affected by the fires. It was such a strong story and an experience that taught me a lot about our environment, capitalism and the power of media.

Q: Your street shots are pieces of a distant art, a link between neorealist cinema and human struggles. Every photo you took in Naples suggests empathy and equality, reminding me the humanity of the resistance of antifascist forces in WWII… What were your feelings when you took them?

Quartieri Spagnoli, esterno giorno


A: Thank you! I love Naples. I can not explain why, but it’s love that has been there over the last 10 years. I have my personal tradition that I need to come to Naples at least once a year. Naples is one of the most enriching and inspiring places I have ever been to. It has strong authentic personality, it seems that everyone is playing a main role in some very emotional theatre play. At the same time, I am aware it is not a play, they really mean it. It’s so beautiful to observe and capture all range of different human emotions, authenticity, strong culture, all the legends and myths that are so present in the day to day life of Neapolitans. I also see the beautiful connection they have with the Mount Vesuvius: Neapolitans have involuntary strong relationship with the most dangerous active volcano in Europe. As their hearts were beating inside of the mountain and lava was flowing in their veins. The volcano that can erupt any moment gives them identity, they are easily recognised by hurry moves, anxious impatience and sensation of chaotic haste inside even when they are still. This connection keeps them in constant rush and it is the secret of their genius creativity, flexibility, intuition and irresistibility.

Q: at last, a ritual question: Future Project? When will you return in Naples?
A: I am working on a big Naples street photo collection and I would love to make a book together with one local poet. I hope this will happen soon.

Albero e foglia

non vi nascondo la commozione provata a sentire queste parole, così come non credo sia necessario descrivere il dolore che alcuni degli scatti di Denisa durante gli incendi in Amazzonia dell’ anno scorso (Ricordate?).
Il senso di quello che facciamo è chiuso, spesso, nella speranza che le nostre immagini piantino un seme , che questo seme diventi albero e affondi le radici nella consapevolezza globale di quanto dolore si possa provare nel vedersi strappare la terra da sotto i piedi.
E sappiamo tutti quanto le radici rafforzino la terra.

P.s:

(Qualora abbiate avuto difficoltà a leggere l’ intervista, non esitate a commentare!)








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